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Cartolina da Bergamo

Ho passato ventiquattro bellissime ore a Bergamo, prima di Natale, insieme ad amici a parlare di filosofia (chi frequenta il mio blog sa anche perché). Avrei voluto girare un po’, visitare la celebre città alta, passeggiare per gli enormi viali ricchi di alberi e di luminarie, immerso - una volta tanto, finalmente - nel freddo. Ma i postumi di una distorsione alla caviglia mi hanno costretto a camminare solo lo stretto necessario. Non di meno, voglio raccontarvi quello che ho visto e sentito nella mia breve permanenza.
Il barista che ha votato Lega una sola volta nella vita, venti anni fa, attivista da giovane, oggi pentito (“in realtà - mi dice - i leghisti sono come tutti gli altri, non pensano che a sistemare i loro”). Quello che prova a mettere al riparo Berlusconi dalla pioggia delle critiche con il seguente argomento: “Berlusconi è un ladro, si sa, è chiaro che sta in politica solo ‘per farsi le leggi a proprio comodo”, e quello che difende la Chiesa nel bel mezzo dello scandalo ICI. Il resto è pioggia, cielo grigio e uniforme per quasi tutto il tempo. Niente nebbia. Caffè americano a più non posso (l’espresso va rigorosamente bandito fuori regione).

Ragazzi e ragazze, venditori ambulanti e questuanti. Bergamo è una città del nord tanto simile alle nostre

E neri che vendono ombrelli a cinque euro ad ogni angolo di strada. Mendicanti. (A momenti dimenticavo la donna che distribuisce santini nel treno da Milano). Ragazze magrissime, anche troppo, tutte imbacuccate; un ragazzo alto due metri, cui chiedo informazioni sulla strada, talmente timido che mi risponde pieno di imbarazzo; il cameriere dell’albergo accanto che tutti i giorni, alle 11 in punto, entra nello stesso caffè, nel quale va forse a mangiare da sempre, per dare un’occhiata al menu del giorno e fare le prenotazioni per sé e i colleghi per il pranzo della mezza. (Se ne deducono due cose: 1. a Bergamo si pranza alle 12.30; 2. ho passato al Caffè della stampa gran parte del mio soggiorno).
Vi lascio con un piccolo ricordo: un ragazzo - sono le nove di sera - che si pianta affianco a me e al mio amico Gianni mentre parliamo, restando lì fermo non so quanto tempo, finché non gli rivolgiamo la parola. Al che lui, parlando piano ma fermamente, nell’ordine: si scusa un numero imprecisato di volte, spiegando che farebbe a meno volentieri di disturbarci e che, a un nostro cenno di fastidio, sparirà immediatamente; ci chiede 50 centesimi (che è forse la cosa più incredibile e a suo modo avvincente dell’intera storia); ci dice, concludendo, di non essere un drogato, ma solo “un ragazzo che vive per la strada”.
Da Bergamo, la bassa.

(«Il Caffè», 27 gennaio 2012)
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